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Appennino Ecosistema denuncia la Regione alla Commissione Europea per danni permanenti ad habitat prioritario

Parco nazionale della Majella: Appennino Ecosistema denuncia la Regione alla Commissione Europea per danni permanenti ad habitat prioritario dell’Unione Europea

A due mesi dalla denuncia di Appennino Ecosistema, i gravissimi danni alle faggete sono ora formalmente all’attenzione della Commissione Europea.

L’Aquila, Date 14/02/2019. Appennino Ecosistema ha inviato stamane una formale denuncia per violazione del diritto dell’Unione Europea alla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea, nella quale si contesta alla Regione Abruzzo di aver violato l’art. 6, c. 4, della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, per aver autorizzato il taglio forestale (con Determinazione n. DPD025/169 del 10/09/2018) senza la necessaria dichiarazione di incidenza non significativa, nonostante la presenza di un habitat prioritario, in area del SIC IT7140203 “Maiella” e della ZPS IT7140129 “Parco Nazionale della Maiella”. La Commissione approfondirà ora la questione, esponendo l’Italia alla possibilità dell’apertura dell’ennesima procedura d’infrazione per violazione delle normative europee in campo ambientale.
La formalizzazione della denuncia era stata richiesta direttamente dalla Commissione Europea, dopo l’esposto di Appennino Ecosistema del 27 novembre scorso alla Procura della Repubblica di Sulmona, ai Carabinieri e al Ministero dell’Ambiente sui gravissimi danni riscontrati all’ecosistema forestale in piena Zona B del Parco nazionale della Majella. Il 3 dicembre scorso il Ministero dell’Ambiente aveva poi formalmente chiesto di “riscontrare le osservazioni” di Appennino Ecosistema al Parco e ai Carabinieri e il 18 dicembre l’Ente Parco aveva fornito la documentazione richiesta sui lavori connessi ad un cantiere forestale di grandi dimensioni per scopi commerciali, in località Fonte Romana/Difesa di Pacentro (Pacentro – AQ), con una relazione del proprio Ufficio Forestale che confermava i gravi danni al suolo e all’ecosistema di un’ampia area con superficie pari a circa 12 ettari, qualificandoli come “danno permanente all’habitat prioritario”. Il ripetuto transito dei trattori utilizzati per l’esbosco del legname sul delicato suolo forestale ha prodotto una devastazione senza precedenti in una delle aree più intatte del Parco nazionale. E tutto ciò a pochi passi dalla Strada Provinciale n. 54 “Frentana”, sotto gli occhi degli addetti all’Ente Parco e dei Carabinieri Forestali che hanno il compito di controllare il territorio del Parco.
Appennino Ecosistema aveva poi inviato, il 27 dicembre, un seguito al precedente esposto, nel quale evidenziava che la relazione dell’Ente Parco, oltre a confermare la violazione delle numerose norme già citate nell’esposto (codice penale, art. 452-quinquies, art. 733-bis e art. 635, L. n. 394/1991, art. 6, c. 3, art. 11, c. 3 e art. 30, c. 1), apriva la possibilità di contestare all’impresa boschiva la più grave violazione dell’ art. 452-bis del codice penale, uno dei cosiddetti “delitti ambientali” recentemente introdotti nel codice, che punisce  con la reclusione fino a 6 anni e con la multa fino a 100.000 € “chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna”.
Nella stessa nota, Appennino Ecosistema evidenziava come l’autorizzazione rilasciata dalla Regione all’impresa boschiva fosse da ritenersi palesemente illegittima, in quanto non conteneva la necessaria dichiarazione di incidenza ambientale non significativa del progetto di taglio, che spetta alla Regione stessa. I lavori sono stati quindi eseguiti in mancanza della relativa autorizzazione prevista dalla Direttiva habitat dell’Unione Europea e dal DPR n. 120/2013, configurandosi così il reato previsto dal Codice del paesaggio (D.Lgs. n. 42/2004, art. 181 c. 1), con le sanzioni previste dalla legge urbanistica (L. n. 47/1985, art. 20).
Si evidenziava anche che nello stesso “progetto esecutivo di taglio e valutazione di incidenza ambientale”, redatto da un dottore forestale senza alcuna partecipazione di biologi o naturalisti, viene accertata una “limitata criticità per flora e fauna”, dichiarando poi unilateralmente (ed impropriamente) che l’intervento “non inciderà negativamente” sulle aree della Rete Natura 2000. Ragionevolmente, le criticità accertate per la flora e la fauna non potevano quindi far escludere possibili incidenze negative su queste componenti fondamentali dell’ecosistema e quindi sull’habitat prioritario, anche perché l’estensore dello Studio di incidenza ambientale non possedeva la necessaria preparazione scientifica per poter affermare il contrario. Nessuno avrebbe potuto quindi autorizzare l’esecuzione del progetto dichiarandone la sua incidenza ambientale non significativa, senza almeno richiedere un approfondimento dello Studio con la collaborazione di figure professionali qualificate nel settore ecologico, anche perché la procedura autorizzativa prevista dall’art. 6, c. 4 della Dir. 92/43/CEE (e dal relativo art. 5, c. 10 del D.P.R. n. 357/1997, come modificato dal D.P.R. n. 120/2003)  nel caso di incidenza significativa su habitat o specie indicati come “prioritari” negli Allegati I e II alla Direttiva UE Habitat è particolarmente aggravata, poiché per autorizzare la realizzazione del progetto possono essere addotte soltanto “considerazioni connesse alla salute dell’uomo ed alla sicurezza pubblica” o anche, ma in questo caso previo parere obbligatorio e vincolante della Commissione Europea, “altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”, situazioni chiaramente al di fuori delle motivazioni dell’intervento in corso.
Nella nota, Appennino Ecosistema evidenziava infine come le prescrizioni fornite dall’Ente del Parco nazionale della Majella e dalla Regione all’impresa boschiva apparissero irragionevoli e contraddittorie: queste imponevano infatti all’impresa boschiva la sospensione dei lavori nel periodo marzo-giugno (Ente Parco 02/07/2018) e in quello ottobre-novembre (Regione 10/09/2018), arco temporale successivamente modificato in luglio-settembre (Regione 20/09/2018). Si consideri che il periodo nel quale si sono verificati i fatti in esame coincide proprio nel mese di novembre, che nel 2018 è stato caratterizzato da precipitazioni frequenti ed intense che hanno reso l’ecosistema ancor più sensibile agli interventi che lo hanno poi irreparabilmente danneggiato.


Parco Sirente-Velino: habitat tutelati dall’UE minacciati da mega progetto

La vipera dell’Orsini (Vipera ursinii)

Parco Sirente-Velino: habitat tutelati dall’Unione Europea minacciati da un mega progetto di nuovi impianti sciistici

Appennino Ecosistema invia pesanti osservazioni sulla Valutazione di Incidenza Ambientale

L’Aquila, 22/01/2019. Dettagliate “osservazioni” sono state presentate stamattina da Appennino Ecosistema alla Regione Abruzzo, in merito al mega progetto di nuovi impianti sciistici, sottoposto alla procedura di Valutazione di Incidenza e di Impatto Ambientale.
Si tratta di quattro nuovi impianti e di otto nuove piste che si vorrebbe realizzare nella zona della Magnola, ampliando così verso Nord-Ovest il comprensorio sciistico omonimo, in piena Zona A di Riserva Integrale del Parco Regionale Sirente-Velino (secondo il mai approvato Piano del Parco), a pochi chilometri dai confini della Riserva Naturale Statale “Monte Velino” e nella Rete Natura 2000 dell’Unione Europea (ZPS/SIC).
La realizzazione del progetto da 13 milioni di euro distruggerebbe o comprometterebbe gravemente lo stato di conservazione di una superficie pari a circa 20 ettari, ove sono presenti numerose specie ed almeno cinque habitat di alta quota protetti dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea. Tra le specie, la rarissima vipera dell’Orsini, la coturnice, l’aquila reale e il grifone. Tra gli habitat, uno è considerato prioritario dalla stessa Direttiva UE (n. 6230* – Formazioni erbose di nardo): sebbene tale habitat sarebbe completamente distrutto per una superficie di “soli” 2,4 ettari, si trova in stato di conservazione inadeguato e in peggioramento in tutta la Penisola e sulle Alpi in stato cattivo (secondo il Rapporto ISPRA n. 194/2014). Ogni sua perdita è pertanto da considerarsi inaccettabile; infatti, nel caso di incidenza significativa su habitat o specie indicati come “prioritari” negli Allegati I e II alla Direttiva UE Habitat, la procedura autorizzativa prevista dall’art. 6, c. 4 della Dir. 92/43/CEE (e dal relativo art. 5, c. 10 del D.P.R. n. 357/1997, come modificato dal D.P.R. n. 120/2003) è particolarmente aggravata, poiché per autorizzare la realizzazione del progetto possono essere addotte soltanto “considerazioni connesse alla salute dell’uomo ed alla sicurezza pubblica” o anche, ma in questo caso previo parere obbligatorio e vincolante della Commissione Europea, “altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”, situazioni chiaramente al di fuori delle motivazioni del progetto in questione. L’assunto (contenuto nello Studio di Incidenza Ambientale) secondo il quale le opere previste comporterebbero la perdita di meno dell’1% della superficie degli habitat protetti dalla Direttiva Habitat, in rapporto all’intera ZPS/SIC, è criticato da Appennino Ecosistema, in quanto non considera le superfici degli stessi habitat già perse a causa di altri precedenti interventi, come quelli attuati in passato nella zona sciistica esistente della Magnola.
Gli interventi di ripristino degli habitat proposti – osserva Appennino Ecosistema – sono basati sull’elevata resilienza delle comunità vegetali, che sono invece caratterizzate da un basso livello della stessa, trattandosi di habitat di alta quota; essi sono quindi destinati a fallire. Inoltre, gli stessi interventi, basati sulla concimazione e l’idrosemina, produrranno solo comunità vegetali disorganizzate caratterizzate da specie opportuniste, ben lontane da quelle originarie, configurando così un totale fallimento degli stessi.

La Magnola

Appennino Ecosistema chiede infine che siano fornite, a corredo dello Studio di incidenza ambientale, le carte della vegetazione e degli habitat, in modo da poter valutare la reale incidenza delle opere punto per punto e la possibilità di un loro spostamento per eliminarne o ridurne l’incidenza sugli habitat. La valutazione di possibili alternative al progetto è obbligatoria, infatti, in base alla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea (sentenza Corte giust. UE, seconda sez., C 451/17 del 07/11/2018).
Appennino Ecosistema, nel caso di approvazione del progetto senza modifiche significative, ipotizza la violazione di numerose normative poste direttamente a tutela delle aree protette a livello europeo e regionale/nazionale, tra le quali gli articoli del codice penale 733-bis (distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto) e 452-quinquies (delitti colposi contro l’ambiente, che punisce fatti colposi dai quali possa derivare anche solo il pericolo di una compromissione o di un deterioramento di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna) e gli articoli 6 e 11 della Legge n. 394/1991 (Legge quadro sulle aree protette, divieto di qualsiasi condotta che possa incidere “sulla morfologia del territorio, sugli equilibri ecologici, idraulici ed idrogeotermici”, divieto di tutte “le attività e le opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati, con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat”). A questo proposito, Appennino Ecosistema ricorda che le norme previste dalla Legge quadro sulle aree protette come “norme di salvaguardia” devono essere applicate anche nel caso del Parco Regionale Sirente-Velino, in quanto né il Piano né il Regolamento del Parco sono ancora vigenti.

La zona dell’intervento.


Parco nazionale della Majella: interviene il Ministero dell’Ambiente e l’Ente Parco accerta “danni permanenti”

Parco nazionale della Majella: interviene il Ministero dell’Ambiente e l’Ente Parco accerta “danni permanenti” ad un habitat prioritario dell’Unione Europea

Ad un mese dalla denuncia di Appennino Ecosistema, i gravissimi danni alle faggete sono confermati dall’Ufficio Forestale dell’Ente Parco.

L’Aquila, 27/12/2018. Dopo l’esposto di Appennino Ecosistema del 27 novembre scorso alla Procura della Repubblica di Sulmona, ai Carabinieri e al Ministero dell’Ambiente sui gravissimi danni riscontrati all’ecosistema forestale in piena Zona B del Parco nazionale della Majella, il 3 dicembre scorso il Ministero dell’Ambiente ha formalmente chiesto di “riscontrare le osservazioni” di Appennino Ecosistema al Parco e ai Carabinieri.
Ora l’Ente Parco ha fornito la documentazione richiesta sui lavori connessi ad un cantiere forestale di grandi dimensioni per scopi commerciali, in località Fonte Romana/Difesa di Pacentro (Pacentro – AQ), con una relazione del proprio Ufficio Forestale che conferma i gravi danni al suolo e all’ecosistema di un’ampia area con superficie pari a circa 12 ettari, qualificandoli come “danno permanente all’habitat prioritario”. Il ripetuto transito dei trattori utilizzati per l’esbosco del legname sul delicato suolo forestale ha prodotto una devastazione senza precedenti in una delle aree più intatte del Parco nazionale. E tutto ciò a pochi passi dalla Strada Provinciale n. 54 “Frentana”, sotto gli occhi degli addetti all’Ente Parco e dei Carabinieri Forestali che hanno il compito di controllare il territorio del Parco.
Appennino Ecosistema ha inviato stamattina un seguito al precedente esposto, nel quale evidenzia che la relazione dell’Ente Parco, oltre a confermare la violazione delle numerose norme già citate nell’esposto (codice penale, art. 452-quinquies, art. 733-bis e art. 635, L. n. 394/1991, art. 6, c. 3, art. 11, c. 3 e art. 30, c. 1), apre la possibilità di contestare all’impresa boschiva la più grave violazione dell’ art. 452-bis del codice penale, uno dei cosiddetti “delitti ambientali” recentemente introdotti nel codice, che punisce  con la reclusione fino a 6 anni e con la multa fino a 100.000 € “chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna”.
Nella stessa nota, Appennino Ecosistema evidenzia come l’autorizzazione rilasciata dalla Regione all’impresa boschiva sia da ritenersi palesemente illegittima, in quanto non contiene la necessaria dichiarazione di incidenza ambientale non significativa del progetto di taglio, che spetta alla Regione stessa. I lavori sono stati quindi eseguiti in mancanza della relativa autorizzazione prevista dalla Direttiva habitat dell’Unione Europea e dal DPR n. 120/2013, configurandosi così il reato previsto dal Codice del paesaggio (D.Lgs. n. 42/2004, art. 181 c. 1), con le sanzioni previste dalla legge urbanistica (L. n. 47/1985, art. 20).
Si evidenzia anche che nello stesso “progetto esecutivo di taglio e valutazione di incidenza ambientale”, redatto da un dottore forestale senza alcuna partecipazione di biologi o naturalisti, viene accertata una “limitata criticità per flora e fauna”, dichiarando poi unilateralmente (ed impropriamente) che l’intervento “non inciderà negativamente” sulle aree della Rete Natura 2000. Ragionevolmente, le criticità accertate per la flora e la fauna non possono quindi far escludere possibili incidenze negative su queste componenti fondamentali dell’ecosistema e quindi sull’habitat prioritario, anche perché l’estensore dello Studio di incidenza ambientale non possedeva la necessaria preparazione scientifica per poter affermare il contrario. Nessuno avrebbe potuto quindi autorizzare l’esecuzione del progetto dichiarandone la sua incidenza ambientale non significativa, senza almeno richiedere un approfondimento dello Studio con la collaborazione di figure professionali qualificate nel settore ecologico, anche perché la procedura autorizzativa prevista dall’art. 6, c. 4 della Dir. 92/43/CEE (e dal relativo art. 5, c. 10 del D.P.R. n. 357/1997, come modificato dal D.P.R. n. 120/2003)  nel caso di incidenza significativa su habitat o specie indicati come “prioritari” negli Allegati I e II alla Direttiva UE Habitat è particolarmente aggravata, poiché per autorizzare la realizzazione del progetto possono essere addotte soltanto “considerazioni connesse alla salute dell’uomo ed alla sicurezza pubblica” o anche, ma in questo caso previo parere obbligatorio e vincolante della Commissione Europea, “altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”, situazioni chiaramente al di fuori delle motivazioni dell’intervento in corso.
Nella nota, Appennino Ecosistema evidenzia infine come le prescrizioni fornite dall’Ente del Parco nazionale della Majella e dalla Regione all’impresa boschiva appaiano irragionevoli e contraddittorie: queste impongono infatti all’impresa boschiva la sospensione dei lavori nel periodo marzo-giugno (Ente Parco 02/07/2018) e in quello ottobre-novembre (Regione 10/09/2018), arco temporale successivamente modificato in luglio-settembre (Regione 20/09/2018). Si consideri che il periodo nel quale si sono verificati i fatti in esame coincide proprio nel mese di novembre, che nel corrente anno è stato caratterizzato da precipitazioni frequenti ed intense che hanno reso l’ecosistema ancor più sensibile agli interventi che lo hanno danneggiato.


Parco nazionale della Majella: gravissimi danni alle faggete

Parco nazionale della Majella: gravissimi danni alle faggete con agrifoglio, habitat prioritario dell’Unione Europea

Appennino Ecosistema denuncia alla Procura, ai Carabinieri e al Ministero dell’Ambiente i danneggiamenti in corso nel cuore del Parco nell’ambito di un imponente cantiere forestale per scopi commerciali

L’Aquila, 27/11/2018. Un esposto di Appennino Ecosistema alla Procura della Repubblica di Sulmona, ai Carabinieri e al Ministero dell’Ambiente è stato presentato stamattina sui gravissimi danni riscontrati all’ecosistema forestale in piena Zona B del Parco nazionale della Majella, tuttora in corso di attuazione a causa dei lavori connessi ad un cantiere forestale di grandi dimensioni per scopi commerciali, in località Fonte Romana/Difesa di Pacentro (Pacentro – AQ). Gravi danni al suolo, alle piante erbacee ed in generale all’ecosistema di un’ampia area con superficie pari a circa 20 ettari. In alcuni casi (come in quello rappresentato nella carta topografica riportata sotto) vi sono state realizzate vere e proprie piste per il transito dei trattori, con sbancamento delle relative scarpate, di lunghezza pari a circa 300 m, larghezza di 3-5 metri e scarpate alte da 30 a 150 cm. Sono stati anche osservati danni diretti agli alberi di agrifoglio (Ilex aquifolium), come dimostrato dalla documentazione fotografica fornita (tutte le fotografie ad alta risoluzione sono liberamente scaricabili qui sotto). Il ripetuto transito dei trattori per l’esbosco del legname sul delicato suolo forestale (reso ancor più fragile dalle correnti condizioni meteorologiche che hanno determinato un’elevata presenza di acqua) ha prodotto una devastazione senza precedenti, in una delle aree più intatte del Parco nazionale. E tutto ciò a pochi passi dalla Strada Provinciale n. 54 “Frentana”, sotto gli occhi degli addetti all’Ente Parco e dei Carabinieri Forestali che hanno il compito di controllare il territorio del Parco.
L’ecosistema forestale colpito corrisponde all’habitat prioritario protetto dalla Direttiva dell’Unione Europea 92/43/CEE Habitat n. 9210* (Faggete appenniniche con tasso e agrifoglio), che si trova già in stato di conservazione “inadeguato” in base al Rapporto dell’Istituto Superiore per la Protezione e le Ricerche Ambientali (ISPRA) n. 194/2014. Nel caso di habitat prioritari, cioè a massima protezione europea, è possibile realizzare interventi soltanto in base a “considerazioni connesse alla salute dell’uomo ed alla sicurezza pubblica” o anche, ma in questo caso previo parere obbligatorio e vincolante della Commissione Europea, “per altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”. Come avranno fatto allora l’Amministrazione Comunale di Pacentro, con relativo parere dell’Ente del Parco Nazionale della Majella e della Regione Abruzzo, a rilasciare la dichiarazione di incidenza ambientale non significativa? Se tale “autorizzazione” esiste, è da ritenersi palesemente illegittima, come pure un eventuale “nulla osta” rilasciato dall’Ente Parco.
L’Associazione Appennino Ecosistema ha chiesto alle Autorità di “esperire gli accertamenti del caso, promuovere le doverose azioni necessarie al fine di interrompere le condotte illecite e perseguire penalmente i responsabili per le condotte attuate e per i fatti esposti”.
Nell’esposto appena presentato, Appennino Ecosistema ipotizza la violazione di numerose normative poste direttamente a tutela delle aree protette a livello europeo e nazionale, tra le quali gli articoli del codice penale 733-bis (distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto) e 452-quinquies (delitti colposi contro l’ambiente, che punisce fatti colposi dai quali possa derivare anche solo il pericolo di una compromissione o di un deterioramento di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna) e gli articoli 6 e 11 della Legge n. 394/1991 (Legge quadro sulle aree protette, divieto di qualsiasi condotta che possa incidere “sulla morfologia del territorio, sugli equilibri ecologici, idraulici ed idrogeotermici”, divieto di tutte “le attività e le opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati, con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat”.
Appennino Ecosistema, nell’esposto presentato, sottolinea che le norme previste dalla Legge quadro sulle aree protette come “norme di salvaguardia” devono essere applicate, in quanto il Regolamento del Parco non è ancora vigente, e che pertanto eventuali nulla osta rilasciati dall’Ente Parco sono illegittimi.


Appello control il depuratore di Pescasseroli

Appello contro la costruzione di un depuratore nella piana di Pescasseroli  (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise)

Franco Pedrotti, Professore emerito, Università di Camerino

La Piana di Pescasseroli corrisponde al fondovalle alluvionale  dell’Alta Valle del Sangro nel tratto compreso fra Opi e Pescasseroli (m 1000- 1100 circa). Essa è occupata da una vegetazione erbacea di praterie umide e palustri appartenenti a diverse associazioni vegetali formate di ranuncoli (Ranunculus velutinus), orzo perenne (Hordeum secalinum), carice acuta (Carex gracilis) e molte altre specie ecologicamente e fitogeograficamente interessanti (Pedrotti, Gafta, Manzi, Canullo, 1992). Queste praterie vengono regolarmente sfalciate a luglio e aperte al pascolo a settembre, dopo che è avvenuto un ricaccio di molte specie, le cosiddette “erbe seconde” (Manzi, 1990). La Piana è attraversata dal Sangro, lungo il quale è sviluppata una fascia di vegetazione ripariale formata in grande prevalenza da salice bianco (Salix alba). La vegetazione della Piana di Pescasseroli è in parte secondaria (le praterie umide e palustri) e in parte primaria (la vegetazione ripariale) ed oggi si trova in un ottimo stato di conservazione.

La Piana di Pescasseroli costituisce una particolare “unità ambientale” in tutto il territorio del parco, perchè è unica e non se ne riscontrano di analoghe in tutto l’Appennino centrale. un’unità ambientale è una porzione relativamente omogenea di territorio dal punto di vista ecologico, dunque per gli aspetti geomorfologici e biologici e per l’influsso esercitato dall’uomo (Pedrotti, 2013), nel caso della Piana di Pescasseroli la gestione delle praterie mediante lo sfalcio e il pascolo.

Questa unità ambientale è rappresentata sulla Carta delle unità ambientali del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise in scala 1: 50.000 (Martinelli, 2013; Pedrotti E Martinelli, 2015). Oltre che nella Piana di Pescasseroli, nell’alta Valle del Sangro di trovano altre due aree (di ridotta dimensione), situate  a monte di Pescasseroli, di praterie umide e palustri, come si può notare sulla carta citata.

Erminio Sipari negli anni ’20, con una grande intuizione, aveva ben compreso le caratteristiche essenziali del paesaggio (oggi diciamo preferibilmente ambiente) dell’alta Valle del Sangro e della Marsica, che in questi ultimi anni sono state dimostrate scientificamente con la carta delle unità ambientali prima citata, che distingue 52 tipologie diverse.

Progetto di un lago artificiale nella Piana di Pescasseroli

Subito dopo l’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, è sorto il progetto di costruire due bacini artificiali a Barrea e Opi; quello di Opi, in particolare, avrebbe sommerso completamente tutta la Piana di Pescasseroli con grave danno per l’ambiente e per la sua particolare vegetazione delle praterie umide. Erminio Sipari si schierò subito contro la realizzazione dei due bacini e lottò in prima persona con un atto di opposizione (Sipari, 1925, 1927b e 1927c). La lotta contro la costruzione dei bacini artificiali è stata molto dura, anche con riflessi sulla stampa nazionale, ad opera degli on. Paolo Orano e Gioacchino Volpe (Orano, 1926 e Volpe, 1927); nell’articolo di quest’ultimo sul Corriere della Sera del 24 febbraio 1927 si parla, penso per la prima volta nel nostro paese, di “nemici” del Parco Nazionale d’Abruzzo, i primi di una lunga serie che sembra non avere mai fine. La lotta contro i laghi artificiali si è conclusa positivamente soltanto per il bacino di Opi, mentre quello di Barrea venne costruito (Sipari, 1928). Sipari, in seguito, farà questo commento: per la difesa del paesaggio, il parco ha dovuto combattere aspre ed annose battaglie. Ma la sua conclusione suona così: è meraviglioso che una nazione così carica di storia, senza distruggere le vestigia del passato, anzi religiosamente conservandole e restituendole sempre di più all’onore della luce, compia prodigiosi lavori, rifuggendo da distruzioni inutili e praticando una intensa messa in valore delle ricchezze naturali. Oggi possiamo dire che non si è trattato soltanto di una battaglia per salvare il paesaggio, ma l’ambiente nel suo insieme: una delle prime battaglie ambientaliste che si sono combattute in Italia.

Progetto di un depuratore nella Piana di Pescasseroli

Una nuova grave minaccia incombe ora sulla Piana di Pescasseroli. Infatti è stata approvata la costruzione di un depuratore che dovrebbe essere costruito nelle praterie centro-superiori della Piana di Pescasseroli. Risulta subito evidente, anche ai più sprovveduti in questioni ambientali, che la costruzione del depuratore – per quanto necessaria – provocherebbe un enorme impatto sulla Piana, con uno sconvolgimento totale dell’ambiente e del paesaggio. Si tratta di un progetto scandaloso che – se venisse realizzato – costituirebbe sicuramente un atto criminoso contro l’ambiente, in quanto l’area interessata si trova all’interno di un parco nazionale, in una zona che si è mantenuta integra per secoli e che oggi verrebbe brutalmente danneggiata. Non esiste nessuna compatibilità fra l’impianto previsto (l’edificio del depuratore e i suoi collegamenti) e l’ambiente nel quale sarebbe destinato ad essere costruito; questa valutazione è valida da due punti di vista: ambientale (ecologico) e paesaggistico (visivo). Tali affermazioni non si basano su posizioni aprioristiche, ma sugli studi vegetazionali, ecologici e paesaggistici eseguiti in zona con i miei collaboratori dell’Università di Camerino e con il prof. Marcello Martinelli, della Facoltà di Geografia, Università di San Paolo, Brasile (vedi lavori citati in precedenza).

C’è, poi, un aspetto morale, che non si può in alcun modo tralasciare. Infatti i terreni interessati alla costruzione del depuratore, già di proprietà di Erminio Sipari ed ora della Fondazione Sipari, sono stati espropriati al fine di realizzarvi il nuovo depuratore. Dal punto di vista etico, si tratta di un’operazione indegna, di un affronto alla memoria del fondatore e primo presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo. Si tratta proprio di quegli stessi terreni che Erminio Sipari negli anni ’20 era riuscito a salvare dalla costruzione di un lago artificiale e che ora, a distanza di 90 anni, sono nuovamente minacciati fra l’indifferenza generale. Sorprende, di conseguenza, che l’Ente autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise non abbia preso una posizione chiara contro il progetto del nuovo depuratore. C’è da domandarsi a cosa serva un parco che non sa difendere il proprio territorio, per quale ragione sia mai stato istituito; la difesa del territorio è un obbligo che deriva dalla stessa legge istitutiva del parco. C’è da rimanere sorpresi e allibiti, perchè il parco è un bene pubblico che va difeso nell’interesse di tutti. Per usare le parole che ha usato Erminio Sipari contro la costruzione del lago di Opi, si tratterebbe di un progetto in isfregio agli interessi della nazione, dell’alta Valle del Sangro e del parco (Sipari, 1926).

Rimane sicuramente, peraltro, il problema del depuratore. L’alternativa è costituita dalla possibilità di un ampliamento dell’attuale depuratore o il suo spostamento in zona poco lontana dal sito attuale, come è stato proposto dall’Associazione Italiana per la Wilderness.

Il Comune di Pescasseroli e l’Ente autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise hanno l’obbligo di rinunciare all’idea di costruire il depuratore nella Piana di Pescasseroli e di mettere definitivamente da parte tale insano progetto.

Camerino, 2 gennaio 2018.

BIBLIOGRAFIA

Manzi A., 1990 – La gestione dei pascoli montani in Abruzzo e la Società      delle          Erbe Seconde di Pescasseroli ed Opi. Archivio Botanico        Italiano, 66 (3-   4): 129-142.

Martinelli M., 2013 – La cartografia delle unità ambientali del parco         nazionale d’abruzzo. Colloques Phytosociologiques, XXIX: 375- 382.

Orano P., 1926 – Una vittoriosa difesa del nostro paesaggio. La Stirpe, IV(6):     pp. 289-292.

Pedrotti F., 2013 – Plant and vegetation mapping. Heidelberg, ed.        Springer.

Pedrotti F., Martinelli M., 2015 – Carta delle unità ambientali del Parco       Nazionale d’Abruzzo (1: 50.000). In: Cristea V., Gafta D., Pedrotti        F.,     Fitosociologia. Trento, ed. TEMI.

Pedrotti F., Gafta D., Manzi A., Canullo R., 1992 – Le associazioni   vegetali della Piana di Pescasseroli (Parco Nazionale       d’Abruzzo).        Documents Phytosociologiques, XIV: 123 – 147.

Sipari E., 1925 – Atto di opposizione del Comune di Pescasseroli contro         la formazione del lago artificiale di Opi. Roma, Tip. Colombo.

Sipari E., 1926 – Relazione del Presidente del Direttorio provvisorio          dell’Ente autonomo del Parco Nazionale d’Abruzzo alla Commissione       amministratrice dell’ente stesso, nominata con regio decreto 25 marzo   1923. Tivoli, Tipografia di A. Chicca (ristampa anastatica in tre     edizioni      speciali dell’Ente autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo, Roma,         1997-         1998, a cura di F. Tassi e F. Pratesi).

Sipari E., 1927a – Atto di opposizione alla progettata formazione dei laghi    artificiali di Opi e di Barrea. Roma, Tip. della Camera dei Deputati.

Sipari E., 1927b –  Atto aggiuntivo di opposizione 3 aprile 1927 alla     progettata formazione dei laghi artificiali di Opi e di Barrea Roma,       Tip. della Camera dei Deputati.

Sipari E., 1928 – Il Parco Nazionale d’Abruzzo liberato dall’allagamento.      Il Centauro. Rivista mensile dell’Abruzzo-Molise, I(1): pp. 7-22.

Volpe G., 1927 – Il Parco Nazionale d’Abruzzo e i suoi nemici. Il Corriere della Sera, 24 febbraio 1927.

Zunino F., 2017 – Erminio Sipari e il depuratore di Pescasseroli. Una   storia moderna tutta italiana. Murialdo, Associazione Italiana per la     Wilderness (AIW).

 


Appennino Ecosistema firma l’Appello per la natura d’Italia

Appennino Ecosistema firma l’Appello per la natura d’Italia

L’Aquila, 11/12/2017. Anche Appennino Ecosistema sostiene l’iniziativa per contrastare il tentativo di affossare definitivamente la rivoluzionaria ed avanzatissima Legge quadro sulle aree protette, il cui unico difetto è di non essere stata ancora pienamente applicata.

Ecco il testo dell’Appello che si può firmare qui sul sito di WWF Italia.

Per la difesa e il rilancio dei parchi naturali e delle aree marine protette
La legge quadro sulle aree naturali protette (Legge 6 dicembre 1991, n. 394) ha rappresentato un punto di svolta nella tutela della natura italiana, consentendo di passare da poche aree protette ad un sistema di parchi e riserve che attualmente protegge oltre il 10% del territorio italiano. Non a caso viene considerata la “Costituzione delle aree protette italiane”, presa peraltro a modello da altre legislazioni. Oggi, una proposta di legge in discussione al Senato intende apportare delle modifiche che finirebbero per peggiorarla pesantemente. Se è vero che dopo 25 anni qualsiasi legge necessita di una verifica e di modifiche, è altrettanto vero che il testo in discussione non risolve nessuno dei problemi evidenziatisi nella gestione delle aree protette, ma anzi finisce per aggravarli, complici numerose modifiche apportate in maniera disorganica negli anni passati. Senza voler mettere in discussione l’impegno dei parlamentari che hanno elaborato il testo, dobbiamo affermare con forza che il lavoro avviato non può ritenersi completato, essendo peraltro mancato anche un iniziale momento di bilancio, esame e confronto come la terza Conferenza nazionale sulle aree naturali protette da più parti richiesta.
Restano largamente insoddisfacenti le soluzioni adottate su molteplici aspetti come la governance, la mancanza di obbligatorietà di specifiche competenze per i ruoli apicali, la composizione dei consigli direttivi che si aprono a portatori di interessi economici particolari, le dotazioni organiche e di sorveglianza, la gestione faunistica, la cancellazione del parco nazionale del Delta del Po, la frammentarietà del sistema delle aree marine protette, la previsione di royalty su interventi impattanti nei parchi, e tanto altro ancora come hanno avuto modo di evidenziare in questi ultimi mesi il mondo ambientalista e quello scientifico, oltre a tanti operatori “dei” parchi e “nei” parchi.
Il quadro che emerge è un sistema che si appiattisce verso gli interessi localistici, quasi che il patrimonio che si vuole tutelare attraverso i parchi nazionali e le aree marine protette non sia un valore unico e irrinunciabile non solo per l’Italia, ma per l’intero continente europeo. Ed è fortissima la sensazione che si stia sprecando un’occasione. Si sta rinunciando ad una vera e moderna riforma, efficace e condivisa, per intervenire in maniera disomogenea e confusa senza tener conto del dibattito nazionale e internazionale sulle aree protette, sulla conservazione della biodiversità, sulla tutela del paesaggio e sui cambiamenti climatici. Quanto il legislatore del 1991 seppe cogliere aspetti innovativi dal confronto con la società civile e la comunità scientifica, tanto il legislatore odierno sembra aver avuto paura di “ascoltare” i tanti che hanno elaborato e proposto nuove soluzioni e valide alternative. Lo scarso confronto concesso, sempre su richiesta delle associazioni ambientaliste, ha finito per produrre alcuni aggiustamenti-spot del tutto insufficienti a modificare il giudizio complessivo. I ritardi del passato, non certo imputabili a chi, pur criticando le modifiche proposte, si è sempre mostrato disponibile al confronto, non possono giustificare la fretta di oggi. Non sappiamo, considerati i tempi della legislatura e i moltissimi nodi da sciogliere prima della sua conclusione, come andrà avanti l’esame del disegno di legge, ma per quella responsabilità che sentiamo di avere verso le future generazioni, vi chiediamo una pausa di riflessione che consenta approfondimenti e analisi, indispensabili considerato che è in gioco un patrimonio naturale e culturale senza eguali.
Nel ringraziarvi per l’attenzione prestata, vi auguriamo un buon lavoro nell’interesse del Paese.


Incendio del Morrone: ecco chi ci guadagna

Incendio del Morrone: ecco chi ci guadagna.

Appennino Ecosistema denuncia i nuovi fuorilegge che compromettono la conservazione degli habitat di alta quota del Parco Nazionale della Majella

L’Aquila, 07/11/2017. La faggeta ha resistito, le praterie stanno faticosamente recuperando, ma i ginepreti nani sono perduti per sempre, a causa del passaggio del fuoco. E così i pascoli di altitudine del Morrone sono finalmente liberi da quegli ingombranti e fastidiosi arbusti spinosetti di ginepro che sottraevano spazio agli appetiti di vacche e cavalli, da qualche decennio padroni incontrastati dei preziosi habitat di alta quota tutelati da un SIC e da una ZPS istituiti in base alla Direttiva Habitat dell’Unione Europea e da una zona a massima tutela del Parco Nazionale della Majella, una Zona “A” di Riserva integrale. E sabato scorso, 4 novembre, gli allevatori fuorilegge del Morrone hanno festeggiato la Repubblica, a modo loro, traendo subito profitto dai pascoli finalmente “puliti” (cioè privi degli arbusti di ginepro nano) insistendo in comportamenti dannosi ed illegali, con il pascolo brado di vacche e cavalli (vietato da normative nazionali e regionali) in piena zona di Riserva integrale, oltre che nelle aree percorse dal fuoco (vietato per dieci anni in forza della L. n. 353/2000) e fuori tempo limite per la demonticazione (fissato al 15 e al 30 ottobre dalle norme generali e dalla L.R. n. 3/2014), in habitat delicati e fragili dove è ormai già presente la neve.

Di tali fatti sono stati informati il Reparto Carabinieri del Parco Nazionale della Majella e l’Ente Parco stesso, sperando che ora qualcosa si muova, anche dopo gli allarmi lanciati dalle Associazioni Salviamo l’Orso, LIPU e ALTURA, che con note circostanziate il 27 giugno e il 13 luglio scorso avevano chiesto decisi interventi agli stessi soggetti senza ricevere alcuna risposta. E così i nuovi fuorilegge delle nostre montagne hanno continuato ad esercitare impunemente le loro attività illegali, lucrando truffaldinamente i cospicui contributi dell’Unione Europea loro concessi “per il miglioramento del pascolo”, in base al Piano di Sviluppo Rurale Regionale,

Il pascolo brado di vacche e cavalli costituisce oggi una delle principali minacce all’integrità degli ecosistemi e delle specie montane. La presenza di enormi quantità di questi animali (ogni anno si contano decine di mandrie di 50-100 bovini e centinaia di equini nel solo territorio del Parco Nazionale della Majella), liberi di muoversi senza controllo, sta infatti provocando gravi danni alle praterie naturali, agli ambienti umidi ed ai boschi di montagna in tutti gli Appennini Centrali, che fino a pochi decenni orsono conoscevano la presenza soltanto degli ovini, sempre ben custoditi e di gran lunga meno dannosi per l’ambiente. Ogni anno, con l’avvio alla monticazione del bestiame domestico nel territorio del Parco Nazionale della Majella, si notano gravissimi danni a carico degli habitat tutelati dall’Unione Europea (in particolare, quelli prioritari 6210*, 6230* e 9210*) dovuti al pascolo brado di bovini ed equini, spesso lasciati al loro destino in montagna persino anche nel periodo invernale e senza alcuna custodia.

Oltre che dannoso, il pascolo brado e/o nel bosco è vietato da norme di carattere generale e dalla Legge Regionale n. 3/2014. Nei territori protetti da Siti di Interesse Comunitario o Zone di Protezione Speciale dell’Unione Europea, inoltre, il pascolo oltre i limiti fissati per la monticazione e la demonticazione è vietato dalla D.G.R. n. 877 del 27/12/2016 (Misure generali di conservazione per la tutela dei siti della Rete Natura 2000 della Regione Abruzzo, con le sanzioni previste dalla L. n. 47/1985, art. 20) e i proprietari sono punibili per i danni arrecati dai loro animali agli habitat anche in base all’art. 733-bis del codice penale (distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto), che prevede l’arresto fino a 18 mesi e l’ammenda non inferiore a 3.000 euro. Tali condotte illegali sono tanto più gravi in quanto si realizzano anche nelle Zone A di Riserva integrale individuate dal vigente Piano del Parco, che pone espresso divieto alle attività di pascolamento in tale Zona (salvo nulla osta dell’Ente Parco, rilasciabile solo se il pascolamento è finalizzato a “mantenere l’equilibrio ecologico e le peculiarità naturalistiche delle aree”), comunque vietate in modo assoluto se esercitate in forma brada e/o nel bosco, sia nelle Zone A sia in quelle B. I proprietari sono punibili, in questi casi, anche in base all’art. 13 e art. 30, c.1 della L. n. 394/1991 (interventi in assenza del nulla osta dell’Ente Parco ed in difformità dal Piano del Parco).


Appennino Ecosistema aderisce all’iniziativa “Biodiversità in azione sull’Appennino”

All’inizio del Bioblitz del Gran Sasso durante il Cammino LTER 2016

​L’Associazione​ Appennino Ecosistema aderisce con piacere all’iniziativa “Biodiversità in azione sull’Appennino”, condividendone in pieno gli obiettivi.

Il Cammino appenninico si svolge sui monti dell’Abruzzo e unisce due stazioni LTER di alta quota, gestite dai Carabinieri Forestali e dall’Università del Molise, dal Gran Sasso alla Majella.
Percorre il paesaggio caratteristico della montagna interna dell’Appennino Centrale, dalla mugheta alle praterie di alta quota fino alla tundra alpina, con elevatissimi valori di biodiversità. Si attraversano aree ad alto valore ambientale e turistico, due Parchi Nazionali e una Riserva Statale.
Si partirà il 20 luglio 2017 sul Gran Sasso e poi si proseguirà fino alla Majella, dove il Cammino si concluderà il 23 luglio, con attività di rilevamento della vegetazione e del microclima ed osservazioni geologiche e faunistiche lungo tutto il percorso, che sarà caratterizzato da costanti attività di interpretazione ambientale con l’assistenza di botanici, zoologi e geologi. Sul Gran Sasso si potrà partecipare ad una breve escursione adatta a tutti attraverso il sito LTER, mentre sulla Majella, per raggiungere le più elevate stazioni di rilevamento LTER (a quota 2700 m), occorrerà seguire una più impegnativa escursione (adatta solo a persone ben allenate), che però potrà anche essere abbreviata, per i meno allenati. Momenti speciali vedranno uniti ricercatori, naturalisti dilettanti e volontari sul Gran Sasso e sulla Majella, con particolari studi intensivi sul campo (“Bioblitz”) e cacce al tesoro botanico, per determinare tutte le specie vegetali e animali che vivono in quelle aree.
La partecipazione è gratuita, ma per motivi organizzativi si consiglia vivamente di iscriversi in anticipo, indicando a quali degli eventi si intende partecipare. Il relativo modulo di iscrizione (scaricabile dal sito web http://www.lteritalia.it/) dovrà essere inviato alla segreteria organizzativa (utb.laquila@forestale.carabinieri.it; Fax 0862 718018) entro il giorno 10 luglio 2017.


Biodiversità in azione sull’Appennino

Biodiversità in azione sull’Appennino

Gran Sasso d’Italia e Majella
Da giovedì 20 luglio a domenica 23 luglio 2017
cammino LTER biodiversità

Il Cammino appenninico si svolge sui monti dell’Abruzzo e unisce due stazioni LTER di alta quota, gestite dai Carabinieri Forestali e dall’Università del Molise, dal Gran Sasso alla Majella.
Percorre il paesaggio caratteristico della montagna interna dell’Appennino Centrale, dalla mugheta alle praterie di alta quota fino alla tundra alpina, con elevatissimi valori di biodiversità. Si attraversano aree ad alto valore ambientale e turistico, due Parchi Nazionali e una Riserva Statale.
Si partirà il 20 luglio 2017 sul Gran Sasso e poi si proseguirà fino alla Majella, dove il Cammino si concluderà il 23 luglio, con attività di rilevamento della vegetazione e del microclima ed osservazioni geologiche e faunistiche lungo tutto il percorso, che sarà caratterizzato da costanti attività di interpretazione ambientale con l’assistenza di botanici, zoologi e geologi. Sul Gran Sasso si potrà partecipare ad una breve escursione adatta a tutti attraverso il sito LTER, mentre sulla Majella, per raggiungere le più elevate stazioni di rilevamento LTER (a quota 2700 m), occorrerà seguire una più impegnativa escursione (adatta solo a persone ben allenate), che però potrà anche essere abbreviata, per i meno allenati. Momenti speciali vedranno uniti ricercatori, naturalisti dilettanti e volontari sul Gran Sasso e sulla Majella, con particolari studi intensivi sul campo (“Bioblitz”) e cacce al tesoro botanico, per determinare tutte le specie vegetali e animali che vivono in quelle aree.
La partecipazione è gratuita, ma per motivi organizzativi si consiglia vivamente di iscriversi in anticipo, indicando a quali degli eventi si intende partecipare. Il relativo modulo di iscrizione (scaricabile dal sito web http://www.lteritalia.it/) dovrà essere inviato alla segreteria organizzativa (utb.laquila@forestale.carabinieri.it; Fax 0862 718018) entro il giorno 10 luglio 2017.


A cosa servono i Parchi

A cosa servono i Parchi

Esiti del convegno nazionale sul futuro delle aree protette italiane, Trento 5 Maggio 2017

L’Aquila, 07/05/2017. Il convegno di Trento del 5 maggio 2017 “A cosa servono i Parchi”, inserito nell’ambito di Trento Film Festival con le celebrazioni in onore di Renzo Videsott, pioniere della conservazione della natura, ha visto una partecipazione appassionata, qualificata e purtroppo spesso indignata. Il convegno è stato organizzato dall’Unione Bolognese Naturalisti, Federazione Nazionale Pro Natura, C.I.P.R.A., Mountain Wilderness, Società per la storia della fauna “Giuseppe Altobello”, Associazione Amici Parco Nazionale Gran Paradiso, Società Italiana Scienze della Montagna, Associazione Appennino Ecosistema, Museo delle aree protette “Mario Incisa della Rocchetta” di Camerino, Associazione nazionale Italia Nostra Sezione di Trento, Accademia degli Accesi di Trento,
Tra gli obbiettivi più importanti del convegno c’era quello di fare il punto su quanto sta accadendo in Parlamento ai danni della Legge Quadro sulle Aree Protette, la 394 del 1991, la “piccola costituzione delle Aree Protette”.
A Giorgio Boscagli (coordinatore assieme a Francesco Mezzatesta del Gruppo dei 30, un movimento di autorevoli figure del mondo della conservazione della Natura, animate da passione civile e indignate per la vera e propria demolizione dei principi-cardine della legge) era stato affidato il compito di relazionare sul tema. Quella che segue è la sintesi, in 10 punti essenziali, della sua relazione largamente condivisa dai partecipanti al convegno. Il documento del Gruppo dei 30 subito dopo l’approvazione in Senato (9.11.2016) evidenzia un panorama generale di disattenzione rispetto ai bisogni veri dei parchi e di scarsa consapevolezza dei risultati di 25 anni di applicazione della Legge Quadro. Il nefasto progetto di legge è passato in Senato contro il parere di tutte le associazioni ambientaliste italiane: si vuole abbassare la tutela del patrimonio naturale del Paese a favore dei potentati locali, eliminando di fatto l’indipendenza dei parchi nazionali e il loro ruolo di barriera contro gli interessi delle lobbies, mentre gran parte della politica sembra avere perso di vista gli interessi generali del Paese soprattutto nel campo del consumo di suolo.
Ecco le 10 fra le peggiori misure e omissioni della cosiddetta “riforma” della legge 394/91 (il p.d.l. 4144 della Camera dei Deputati, detto Caleo dal nome del suo relatore al Senato):
1) Per la nomina del Presidente non si chiede più alcun titolo concernente la conservazione della Natura, che è la “missione” dei Parchi, ma solo una generica “esperienza nelle istituzioni, nelle professioni, ovvero di indirizzo o di gestione in strutture pubbliche e private”. Un modo ambiguo per dire che saranno privilegiati i titolari di carriere politiche che non si sa più dove collocare!
2) Il Direttore, figura centrale della gestione, non sarà più scelto in base alle competenze naturalistiche e culturali, ma secondo una non meglio precisata “esperienza professionale di tipo gestionale”; e non sarà più nominato dal Ministro dell’Ambiente in un elenco di esperti (che esiste, pur non aggiornato da anni e che si vorrebbe abolire!) ma dal locale Consiglio direttivo, di fatto dal Presidente del Parco che sceglierebbe il Direttore tra i suoi yesmen. Come se alla direzione dei grandi musei italiani mettessimo un bravo ragioniere, purché dica “signorsì”;
3) Gli agricoltori entrerebbero a far parte dei consigli direttivi. E allora perché non i 100 altri soggetti economici presenti nei Parchi? Sembra un modo come un altro per modificare subdolamente la rotta delle Aree Protette e spingerle verso una logica di impresa pura, in aperta contraddizione con la loro missione istituzionale;
4) Le attività economiche presenti nei Parchi con impatto sull’ambiente, come gli impianti di estrazione di idrocarburi o di captazione delle acque, pagherebbero royalties, decretando in tal modo la fine dell’indipendenza dei parchi stessi: si può ben immaginare che sensibilità sul tema avrebbe un Presidente che viene dalla politica locale!
5) All’interno dei Consigli direttivi le componenti scientifica e conservazionista (già oggi fortemente ridotte rispetto all’originaria composizione) diminuirebbero ancora a favore dei portatori di interessi locali o diretti.
6) Tra le omissioni più gravi: nulla si dice circa il necessario potenziamento della sorveglianza, totalmente insufficiente all’interno delle aree protette;
7) E ancora no comment sull’altra situazione totalmente ignorata e ai limiti dell’esplosione: il problema delle dotazioni organiche, letteralmente ridicole in almeno 19 parchi nazionali sui 23 esistenti e tali da comprometterne laq funzione;
8) Sul Parco Nazionale del Delta del Po, che assieme alla Camargue è la più importante area umida del Mediterraneo, citiamo: “ il mancato raggiungimento dell’intesa tra Regioni precluderebbe l’adozione di un decreto sostitutivo del Governo”. Leggasi: non si farà mai!
9) Fumosa ed evanescente la trattazione del tema attività venatoria: modificando la legge nelle cosiddette “aree contigue” ai parchi (l’art. 32 della storica legge 394/91: uno dei tanti articoli volutamente inapplicati) la caccia sarebbe permessa anche a cacciatori provenienti dall’esterno senza definire in alcun modo il “carico venatorio massimo” (unico criterio realistico di moderazione di impatto). Mentre la gestione faunistica – confusa con il controllo della fauna – viene affrontata in un modo del tutto superficiale e irrealistico.
10) Del tutto aggirato e disatteso il principio (presente nella 394/91) della completa omologazione delle aree marine protette ai parchi nazionali, lasciandole invece in una situazione di indeterminatezza e in balia di improbabili consorzi di enti locali con “briciole” spacciati per “fondi”.

CONCLUSIONI. È difficile pensare che un progetto di legge sia totalmente negativo, pensato in contrapposizione a quelle che sono le reali esigenze della “fetta di Paese” che andrà a regolamentare. Qua e là nel progetto di riforma qualcosa di accettabile c’è pure. Ma un auspicio lo si può esprimere, stante la grande contrapposizione manifestata nel Paese contro il nefasto progetto di legge – ai limiti della indignazione civile. Le cose più giuste, ragionevoli e opportune sarebbero, a giudizio del Gruppo dei 30 e dei partecipanti al convegno:
– Sospendere pro-tempore e con assoluta urgenza la discussione in Parlamento dell’attuale progetto di riforma;
– Indire immediatamente e tenere nei tempi più brevi possibili la 3^ Conferenza nazionale sulle aree protette (che manca da 15 anni!) prevedendo la partecipazione attiva di tutte le componenti dei Parchi, a partire da chi ci lavora;
– Prevedere una rilevazione “sul campo” dei bisogni e delle condizioni, almeno in tutti i parchi nazionali italiani e almeno in un rappresentativo campione delle diverse aree protette regionali, da parte delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato (per la 394 questo fu fatto, e ora…..?).
– Tornare a una non frettolosa audizione nelle Commissioni di tutte le componenti titolari di esperienze utili nella gestione delle aree protette;
– Una revisione profondissima del testo attuale del progetto di legge alla luce dei risultati di quanto sopra.