Tag: aree protette

Incendio del Morrone: ecco chi ci guadagna

Incendio del Morrone: ecco chi ci guadagna.

Appennino Ecosistema denuncia i nuovi fuorilegge che compromettono la conservazione degli habitat di alta quota del Parco Nazionale della Majella

L’Aquila, 07/11/2017. La faggeta ha resistito, le praterie stanno faticosamente recuperando, ma i ginepreti nani sono perduti per sempre, a causa del passaggio del fuoco. E così i pascoli di altitudine del Morrone sono finalmente liberi da quegli ingombranti e fastidiosi arbusti spinosetti di ginepro che sottraevano spazio agli appetiti di vacche e cavalli, da qualche decennio padroni incontrastati dei preziosi habitat di alta quota tutelati da un SIC e da una ZPS istituiti in base alla Direttiva Habitat dell’Unione Europea e da una zona a massima tutela del Parco Nazionale della Majella, una Zona “A” di Riserva integrale. E sabato scorso, 4 novembre, gli allevatori fuorilegge del Morrone hanno festeggiato la Repubblica, a modo loro, traendo subito profitto dai pascoli finalmente “puliti” (cioè privi degli arbusti di ginepro nano) insistendo in comportamenti dannosi ed illegali, con il pascolo brado di vacche e cavalli (vietato da normative nazionali e regionali) in piena zona di Riserva integrale, oltre che nelle aree percorse dal fuoco (vietato per dieci anni in forza della L. n. 353/2000) e fuori tempo limite per la demonticazione (fissato al 15 e al 30 ottobre dalle norme generali e dalla L.R. n. 3/2014), in habitat delicati e fragili dove è ormai già presente la neve.

Di tali fatti sono stati informati il Reparto Carabinieri del Parco Nazionale della Majella e l’Ente Parco stesso, sperando che ora qualcosa si muova, anche dopo gli allarmi lanciati dalle Associazioni Salviamo l’Orso, LIPU e ALTURA, che con note circostanziate il 27 giugno e il 13 luglio scorso avevano chiesto decisi interventi agli stessi soggetti senza ricevere alcuna risposta. E così i nuovi fuorilegge delle nostre montagne hanno continuato ad esercitare impunemente le loro attività illegali, lucrando truffaldinamente i cospicui contributi dell’Unione Europea loro concessi “per il miglioramento del pascolo”, in base al Piano di Sviluppo Rurale Regionale,

Il pascolo brado di vacche e cavalli costituisce oggi una delle principali minacce all’integrità degli ecosistemi e delle specie montane. La presenza di enormi quantità di questi animali (ogni anno si contano decine di mandrie di 50-100 bovini e centinaia di equini nel solo territorio del Parco Nazionale della Majella), liberi di muoversi senza controllo, sta infatti provocando gravi danni alle praterie naturali, agli ambienti umidi ed ai boschi di montagna in tutti gli Appennini Centrali, che fino a pochi decenni orsono conoscevano la presenza soltanto degli ovini, sempre ben custoditi e di gran lunga meno dannosi per l’ambiente. Ogni anno, con l’avvio alla monticazione del bestiame domestico nel territorio del Parco Nazionale della Majella, si notano gravissimi danni a carico degli habitat tutelati dall’Unione Europea (in particolare, quelli prioritari 6210*, 6230* e 9210*) dovuti al pascolo brado di bovini ed equini, spesso lasciati al loro destino in montagna persino anche nel periodo invernale e senza alcuna custodia.

Oltre che dannoso, il pascolo brado e/o nel bosco è vietato da norme di carattere generale e dalla Legge Regionale n. 3/2014. Nei territori protetti da Siti di Interesse Comunitario o Zone di Protezione Speciale dell’Unione Europea, inoltre, il pascolo oltre i limiti fissati per la monticazione e la demonticazione è vietato dalla D.G.R. n. 877 del 27/12/2016 (Misure generali di conservazione per la tutela dei siti della Rete Natura 2000 della Regione Abruzzo, con le sanzioni previste dalla L. n. 47/1985, art. 20) e i proprietari sono punibili per i danni arrecati dai loro animali agli habitat anche in base all’art. 733-bis del codice penale (distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto), che prevede l’arresto fino a 18 mesi e l’ammenda non inferiore a 3.000 euro. Tali condotte illegali sono tanto più gravi in quanto si realizzano anche nelle Zone A di Riserva integrale individuate dal vigente Piano del Parco, che pone espresso divieto alle attività di pascolamento in tale Zona (salvo nulla osta dell’Ente Parco, rilasciabile solo se il pascolamento è finalizzato a “mantenere l’equilibrio ecologico e le peculiarità naturalistiche delle aree”), comunque vietate in modo assoluto se esercitate in forma brada e/o nel bosco, sia nelle Zone A sia in quelle B. I proprietari sono punibili, in questi casi, anche in base all’art. 13 e art. 30, c.1 della L. n. 394/1991 (interventi in assenza del nulla osta dell’Ente Parco ed in difformità dal Piano del Parco).


A cosa servono i Parchi

A cosa servono i Parchi

Esiti del convegno nazionale sul futuro delle aree protette italiane, Trento 5 Maggio 2017

L’Aquila, 07/05/2017. Il convegno di Trento del 5 maggio 2017 “A cosa servono i Parchi”, inserito nell’ambito di Trento Film Festival con le celebrazioni in onore di Renzo Videsott, pioniere della conservazione della natura, ha visto una partecipazione appassionata, qualificata e purtroppo spesso indignata. Il convegno è stato organizzato dall’Unione Bolognese Naturalisti, Federazione Nazionale Pro Natura, C.I.P.R.A., Mountain Wilderness, Società per la storia della fauna “Giuseppe Altobello”, Associazione Amici Parco Nazionale Gran Paradiso, Società Italiana Scienze della Montagna, Associazione Appennino Ecosistema, Museo delle aree protette “Mario Incisa della Rocchetta” di Camerino, Associazione nazionale Italia Nostra Sezione di Trento, Accademia degli Accesi di Trento,
Tra gli obbiettivi più importanti del convegno c’era quello di fare il punto su quanto sta accadendo in Parlamento ai danni della Legge Quadro sulle Aree Protette, la 394 del 1991, la “piccola costituzione delle Aree Protette”.
A Giorgio Boscagli (coordinatore assieme a Francesco Mezzatesta del Gruppo dei 30, un movimento di autorevoli figure del mondo della conservazione della Natura, animate da passione civile e indignate per la vera e propria demolizione dei principi-cardine della legge) era stato affidato il compito di relazionare sul tema. Quella che segue è la sintesi, in 10 punti essenziali, della sua relazione largamente condivisa dai partecipanti al convegno. Il documento del Gruppo dei 30 subito dopo l’approvazione in Senato (9.11.2016) evidenzia un panorama generale di disattenzione rispetto ai bisogni veri dei parchi e di scarsa consapevolezza dei risultati di 25 anni di applicazione della Legge Quadro. Il nefasto progetto di legge è passato in Senato contro il parere di tutte le associazioni ambientaliste italiane: si vuole abbassare la tutela del patrimonio naturale del Paese a favore dei potentati locali, eliminando di fatto l’indipendenza dei parchi nazionali e il loro ruolo di barriera contro gli interessi delle lobbies, mentre gran parte della politica sembra avere perso di vista gli interessi generali del Paese soprattutto nel campo del consumo di suolo.
Ecco le 10 fra le peggiori misure e omissioni della cosiddetta “riforma” della legge 394/91 (il p.d.l. 4144 della Camera dei Deputati, detto Caleo dal nome del suo relatore al Senato):
1) Per la nomina del Presidente non si chiede più alcun titolo concernente la conservazione della Natura, che è la “missione” dei Parchi, ma solo una generica “esperienza nelle istituzioni, nelle professioni, ovvero di indirizzo o di gestione in strutture pubbliche e private”. Un modo ambiguo per dire che saranno privilegiati i titolari di carriere politiche che non si sa più dove collocare!
2) Il Direttore, figura centrale della gestione, non sarà più scelto in base alle competenze naturalistiche e culturali, ma secondo una non meglio precisata “esperienza professionale di tipo gestionale”; e non sarà più nominato dal Ministro dell’Ambiente in un elenco di esperti (che esiste, pur non aggiornato da anni e che si vorrebbe abolire!) ma dal locale Consiglio direttivo, di fatto dal Presidente del Parco che sceglierebbe il Direttore tra i suoi yesmen. Come se alla direzione dei grandi musei italiani mettessimo un bravo ragioniere, purché dica “signorsì”;
3) Gli agricoltori entrerebbero a far parte dei consigli direttivi. E allora perché non i 100 altri soggetti economici presenti nei Parchi? Sembra un modo come un altro per modificare subdolamente la rotta delle Aree Protette e spingerle verso una logica di impresa pura, in aperta contraddizione con la loro missione istituzionale;
4) Le attività economiche presenti nei Parchi con impatto sull’ambiente, come gli impianti di estrazione di idrocarburi o di captazione delle acque, pagherebbero royalties, decretando in tal modo la fine dell’indipendenza dei parchi stessi: si può ben immaginare che sensibilità sul tema avrebbe un Presidente che viene dalla politica locale!
5) All’interno dei Consigli direttivi le componenti scientifica e conservazionista (già oggi fortemente ridotte rispetto all’originaria composizione) diminuirebbero ancora a favore dei portatori di interessi locali o diretti.
6) Tra le omissioni più gravi: nulla si dice circa il necessario potenziamento della sorveglianza, totalmente insufficiente all’interno delle aree protette;
7) E ancora no comment sull’altra situazione totalmente ignorata e ai limiti dell’esplosione: il problema delle dotazioni organiche, letteralmente ridicole in almeno 19 parchi nazionali sui 23 esistenti e tali da comprometterne laq funzione;
8) Sul Parco Nazionale del Delta del Po, che assieme alla Camargue è la più importante area umida del Mediterraneo, citiamo: “ il mancato raggiungimento dell’intesa tra Regioni precluderebbe l’adozione di un decreto sostitutivo del Governo”. Leggasi: non si farà mai!
9) Fumosa ed evanescente la trattazione del tema attività venatoria: modificando la legge nelle cosiddette “aree contigue” ai parchi (l’art. 32 della storica legge 394/91: uno dei tanti articoli volutamente inapplicati) la caccia sarebbe permessa anche a cacciatori provenienti dall’esterno senza definire in alcun modo il “carico venatorio massimo” (unico criterio realistico di moderazione di impatto). Mentre la gestione faunistica – confusa con il controllo della fauna – viene affrontata in un modo del tutto superficiale e irrealistico.
10) Del tutto aggirato e disatteso il principio (presente nella 394/91) della completa omologazione delle aree marine protette ai parchi nazionali, lasciandole invece in una situazione di indeterminatezza e in balia di improbabili consorzi di enti locali con “briciole” spacciati per “fondi”.

CONCLUSIONI. È difficile pensare che un progetto di legge sia totalmente negativo, pensato in contrapposizione a quelle che sono le reali esigenze della “fetta di Paese” che andrà a regolamentare. Qua e là nel progetto di riforma qualcosa di accettabile c’è pure. Ma un auspicio lo si può esprimere, stante la grande contrapposizione manifestata nel Paese contro il nefasto progetto di legge – ai limiti della indignazione civile. Le cose più giuste, ragionevoli e opportune sarebbero, a giudizio del Gruppo dei 30 e dei partecipanti al convegno:
– Sospendere pro-tempore e con assoluta urgenza la discussione in Parlamento dell’attuale progetto di riforma;
– Indire immediatamente e tenere nei tempi più brevi possibili la 3^ Conferenza nazionale sulle aree protette (che manca da 15 anni!) prevedendo la partecipazione attiva di tutte le componenti dei Parchi, a partire da chi ci lavora;
– Prevedere una rilevazione “sul campo” dei bisogni e delle condizioni, almeno in tutti i parchi nazionali italiani e almeno in un rappresentativo campione delle diverse aree protette regionali, da parte delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato (per la 394 questo fu fatto, e ora…..?).
– Tornare a una non frettolosa audizione nelle Commissioni di tutte le componenti titolari di esperienze utili nella gestione delle aree protette;
– Una revisione profondissima del testo attuale del progetto di legge alla luce dei risultati di quanto sopra.


Parchi naturali o Parchi dei divertimenti?

Parchi naturali o Parchi dei divertimenti?

Appennino Ecosistema, LIPU, Salviamo l’Orso e ALTURA contro la Manifestazione di motocross “Italian Challenge”.

Le tre Associazioni hanno inviato oggi un esposto agli Enti di gestione ed ai Reparti dei Carabinieri Forestali preposti al controllo dei Parchi Nazionali dei Sibillini, del Gran Sasso, della Majella e del Pollino, perché intervengano per scongiurare lo svolgimento della manifestazione di motocross “Italian Challenge”, programmata dal 30 giugno al 3 luglio 2017 da Riccione a Policoro, attraverso il territorio protetto dei quattro Parchi Nazionali degli Appennini Centrali e Meridionali.
Come illustrato nel programma e nell’itinerario riportati nel sito web degli organizzatori, si tratterà di numerose moto da cross che percorreranno l’itinerario principale su strade secondarie asfaltate e con frequenti digressioni “off road”.
Tali comportamenti sono incompatibili con i fini istituzionali dei nostri Parchi Nazionali e, se attuati in assenza di nulla osta rilasciato dall’Ente Parco e di dichiarazione di incidenza ambientale non significativa da parte dell’Amministrazione Regionale o altro ente da questa delegato, appaiono configurare la violazione di numerose norme, tra le quali:
1) L. n. 394/1991, artt. 6 c. 4, 11 c. 3 e 30 c. 1 (misure di salvaguardia, vigenti in assenza del Regolamento del Parco): vietati la cattura, l’uccisione, il danneggiamento, il disturbo delle specie animali, nonché la raccolta e il danneggiamento delle specie vegetali;
2) Legge n. 394/1991, artt. 13 e 30 c.1 (interventi eseguiti in assenza del nulla osta dell’Ente Parco);
3) D.P.R. istitutivi dei Parchi Nazionali (misure di salvaguardia);
4) D.M. (MATTM) n. 184/2007 (criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione in ZPS e ZSC), mod. dal D.M. del 22/01/2009: divieto di attività di circolazione motorizzata al di fuori delle strade;
5) D.Lgs. n. 42/2004, art. 181 c. 1-bis (opere eseguite in assenza di autorizzazione, cioè di dichiarazione di incidenza ambientale non significativa).


Regione Abruzzo diffidata ad adottare il Piano del P.R. Sirente Velino

La Regione Abruzzo diffidata ad adottare il Piano del Parco Regionale Sirente Velino

Mentre il Consiglio Regionale si appresta a porre la pietra tombale sul mai decollato ed unico Parco Regionale abruzzese, gli ecologisti chiedono che sia rispettata la legge con l’approvazione del Piano del Parco.

L’Aquila, 22/12/2016. Le Associazioni Appennino Ecosistema, Mountain Wilderness, Salviamo l’orso e LIPU hanno inviato stamattina al Presidente della Giunta Regionale Abruzzese una formale diffida ad adottare il Piano del Parco Regionale Sirente Velino.

La Regione è stata diffidata, in forza del D.lgs. n. 198/2009, art. 3 (norme sull’efficienza delle Pubbliche Amministrazioni), a provvedere all’avvio del procedimento amministrativo finalizzato all’adozione del Piano del Parco Regionale Sirente Velino, esercitando i poteri sostitutivi nei confronti dell’Ente del Parco, inerte da oltre sei anni, in base a quanto previsto dall’art. 4, comma 1, della L.R. n.  42/2011 (Nuova disciplina del Parco Regionale). La Regione è stata anche diffidata a provvedere alla nomina di tutti i membri del Consiglio Direttivo e della Comunità del Parco non ancora nominati o designati, anche esercitando i poteri sostitutivi in base a quanto previsto dall’art. 11, comma 7, della L.R. n.  38/1996 (Legge quadro sulle aree protette della Regione Abruzzo).

 Nel documento, elaborato dai giuristi delle Associazioni, si lamenta che:

  • il Piano del Parco è stato predisposto nel 2010 dall’Ente Parco (presso la sede del quale è depositato), ma non è mai stato approvato dal suo Consiglio Direttivo, che manca ancora di alcuni dei suoi componenti e che non ha ancora attivato la procedura prevista dall’art. 14 della L.R. n. 38/1996;
  • l’adozione del predetto Piano da parte della Regione Abruzzo sarebbe invece dovuta avvenire al termine del predetto procedimento amministrativo, mai compiutamente avviato dall’Ente Parco;
  • la mancata approvazione del Piano del Parco Regionale Sirente Velino ha provocato gravi danni, che si protraggono fin dall’anno 1990 (entro il quale, in base all’art. 11 della L.R. n. 54/1989 di istituzione del Parco, la Regione avrebbe dovuto approvare la zonazione ed il Regolamento del Parco); si è trattato di danni all’economia delle comunità dei Comuni compresi nel territorio del Parco, di ingiustificate limitazioni ai diritti soggettivi ed agli interessi legittimi dei residenti e dei turisti generalizzate al tutto il territorio del Parco, nonché di obiettive limitazioni ai doverosi interventi di conservazione attiva degli ecosistemi e delle specie da effettuarsi particolarmente nelle zone A e B del Parco, mai compiutamente delimitate. Infatti, fino all’approvazione del Piano del Parco vigono su tutto il suo territorio, in modo generalizzato, i divieti previsti dalle “Norme transitorie di salvaguardia”, in base all’art. 8 della L.R. n. 38/1996, e quelli previsti dalle “Misure di salvaguardia”, in base agli artt. 6 e 11 della L. n. 394/1991 (che si applicano anche alle aree naturali protette regionali, con le relative sanzioni previste dall’art. 34, c. 3 della L.R. n. 38/1996);
  • nonostante l’inerzia dell’Ente Parco relativamente all’adozione del Piano, la Giunta regionale non ha utilizzato i poteri sostitutivi, ex art. 4, comma 1, della L.R. n. 42/2011;
  • nonostante l’inerzia nella designazione o nomina dei membri del Consiglio direttivo del Parco, la Giunta regionale non ha provveduto alle nomine sostitutive, ex art. 11, comma 7, della L.R. n. 38/1996.

In base alla diffida inviata, la Regione ha ora 30 giorni per rispondere alle Associazioni, pena la violazione dell’art. 328, comma 2, del codice penale (rifiuto di atti d’ufficio). Altri 60 giorni sono concessi alla Regione dalla legge per provvedere a quanto richiesto dalle normative regionali, con l’adozione del Piano del Parco. In caso di mancato adempimento, le Associazioni ricorreranno al T.A.R., al quale chiederanno di accertare l’omissione e di condannare la Regione ad adottare il Piano.

A fronte dell’attuale situazione di crisi, malfunzionamento e malcontento generalizzato nei confronti del Parco Regionale Sirente Velino, dovuta alla cronica mancata applicazione delle leggi regionali, la Regione sta per approvare una completa revisione della legge istitutiva del Parco, che comprende la riduzione dei suoi confini, in particolare nella Valle Subequana, senza alcuna base scientifica e per puri motivi localistici, con una perdita secca di quasi tutto il versante sinistro orografico della Valle dell’Aterno e di una superficie di circa 5-10.000 ettari, pari al 10-20% dell’intera superficie protetta, in zone caratterizzate da habitat e specie prioritarie a livello europeo, destinate secondo il (mai approvato) Piano del Parco a divenire zone “B” di Riserva Generale.

Si punta insomma ad avviare lo smantellamento del Parco, senza pensare che la Legge regionale prevede che l’adozione formale del Piano del Parco sarebbe già dovuta avvenire da oltre vent’anni, secondo le procedure previste dalle tre precedenti leggi, mai attuate, che ne prevedevano l’entrata in vigore entro 6 mesi (nel 1989), entro 18 mesi (nel 2000) ed entro 18 mesi (nel 2011), nonché la possibilità di esercitare i poteri sostitutivi da parte della Giunta Regionale.

Se la Regione non cambiasse rapidamente rotta, l’unica alternativa sarebbe la rinuncia alla tutela regionale e l’istituzione del Parco Nazionale del Velino Sirente, lanciata all’inizio di quest’anno da Appennino Ecosistema, che comprende l’approvazione della zonazione del territorio (secondo la bozza già elaborata dagli esperti di Appennino Ecosistema) fin dal momento dell’istituzione del nuovo Parco Nazionale. La zonazione prevista dal Piano del Parco Regionale avrebbe potuto lanciare una gestione del territorio scientificamente fondata ed adeguata da un lato alle sue qualità ecologiche e dall’altro alle attività umane con queste compatibili. Senza il Piano del Parco, permangono invece in vigore in modo “provvisorio” (da ormai quasi trent’anni!) assurdi ed immotivati divieti di assoluta inalterabilità dei luoghi, su tutto il territorio del Parco, persino nei centri abitati e nelle zone agricole, che fanno degli abitanti di tutti i Comuni compresi nel Parco veri e propri ostaggi della mancata applicazione della legge e dell’assoluta discrezionalità dell’Ente Parco per le autorizzazioni relative a qualsiasi intervento sul territorio.

Sarah Gregg – Direttore di Appennino Ecosistema

Carlo Alberto Pinelli – Presidente di Mountain Wilderness

Stefano Orlandini – Presidente di Salviamo l’orso

Fulvio Mamone Capria – Presidente della Lega Italiana Protezione Uccelli


P.N. della Majella: pianificazione in tutta fretta ed in segreto?

Rava del Ferro

Parco Nazionale della Majella: una nuova pianificazione in tutta fretta ed in segreto?

Le Associazioni ecologiste denunciano il tentativo di aprire la porta a nuove cementificazioni ed usi dissennati del territorio del Parco Nazionale

Pescara, 18/12/2016. L’Ente del Parco Nazionale della Majella si appresta ad adottare un nuovo Piano del Parco in tutta fretta ed in segreto, stravolgendo quello attualmente vigente ed aprendo la porta a nuove cementificazioni e ad usi dissennati di uno dei territori più integri, da un punto di vista ecologico, dell’Appennino Centrale. Infatti, lunedì prossimo, 19 dicembre, il Consiglio Direttivo del Parco è stato convocato con all’ordine del giorno l’adozione di un nuovo Piano del Parco, mentre a nessuno era dato di sapere che fosse stato avviato un procedimento in tal senso. E nessuno conosce ancora nei dettagli la proposta sulla quale i Consiglieri saranno chiamati ad esprimersi. Ad una richiesta in tal senso di Appennino Ecosistema, inviata lo scorso mese di settembre, il Presidente del Parco Franco Iezzi aveva risposto (con formale nota n. 13746 del 13/10/2016) senza fornire alcuna informazione su un eventuale procedimento amministrativo in corso relativamente alla revisione del Piano del Parco. Mentre si scopre ora che il Consiglio Direttivo aveva deliberato fin dal mese di luglio dello scorso anno (deliberazione n. 7 del 16/07/2015) di “avviare l’iter per la nuova redazione del Piano del Parco”. E pochi giorni fa al Consigliere rappresentante delle associazioni ecologiste è stato addirittura intimato, dal Presidente del Parco, di non diffondere gli elaborati della prima bozza di Piano che sarà esaminata lunedì prossimo. Ad oggi, quindi, a solo poche ore dalla decisione, le uniche informazioni disponibili in merito alla destinazione delle aree e alle principali regole di gestione del territorio contenute nella proposta di Piano sono state riferite alle Associazioni dal predetto Consigliere, esclusivamente nelle loro linee generali, al quale peraltro sono state rese note solo pochi giorni fa.
Le Associazioni Appennino Ecosistema, LIPU Abruzzo, Mountain Wilderness, Salviamo l’Orso, Stazione Ornitologica Abruzzese, WWF Abruzzo, Pro-Natura Abruzzo e ALTURA Abruzzo denunciano il tentativo di porre mano alla revisione del più importante strumento di gestione del Parco senza il coinvolgimento preventivo del pubblico e di tutti i soggetti interessati, in quella che ci appare una palese violazione delle vigenti normative sul procedimento amministrativo (L. n. 241/1990, D.P.R. n. 184/2006). Tra l’altro, quello della Majella è tuttora uno dei pochissimi Parchi italiani ad avere uno strumento di pianificazione vigente e non si comprende quindi il motivo di un blitz di questo genere per modificarlo in maniera radicale. In particolare, le Associazioni paventano la possibilità che nel nuovo Piano siano annacquati tutti i vincoli preesistenti, compromettendo la rigorosa tutela delle Zone A, consentendo l’espansione delle aree edificabili e la realizzazione di nuove captazioni idriche. Sembrerebbe anche che nella nuova stesura non siano per nulla considerati i Piani di gestione delle aree della Rete Natura 2000 (SIC e ZPS), depositati presso la Regione da anni e mai approvati, come invece prevedeva la deliberazione del parco del luglio 2015.
Per queste ragioni, le Associazioni hanno inviato una nota urgente all’Ente Parco e al Ministero dell’Ambiente per chiedere di soprassedere all’adozione del nuovo Piano, aprendo un confronto preventivo con tutti i portatori di interesse sulle scelte che devono contraddistinguere il futuro del Parco, fondate su dati oggettivi e sull’analisi degli aspetti positivi e negativi del Piano vigente. Tutte le buone pratiche relative ai procedimenti di pianificazione evidenziano la necessità di garantire un preventivo momento di dialogo tra tutti i portatori di interesse al fine di condividere i principali obiettivi da perseguire, quando tutte le opzioni sono ancora percorribili. Il Parco Nazionale della Majella sta invece facendo esattamente il contrario.

Sarah Gregg – Appennino Ecosistema
Stefano Allavena – LIPU Abruzzo
Mario Marano Viola – Mountain Wilderness
Stefano Orlandini – Salviamo l’Orso
Augusto De Sanctis – Stazione Ornitologica Abruzzese
Luciano Di Tizio – WWF Abruzzo
Pierlisa Di Felice – Pro-Natura Abruzzo
Fabio Borlenghi – ALTURA Abruzzo


Sindaci e Regione vogliono distruggere il Parco Regionale Sirente Velino

Velino Sirente

Sindaci e Regione vogliono distruggere il Parco Regionale Sirente Velino

Oggi la Commissione Ambiente del Consiglio Regionale riprova a porre la pietra tombale sul mai decollato ed unico Parco Regionale abruzzese. Gli ecologisti chiedono invece che sia rispettata la legge con l’approvazione del Piano del Parco o, in alternativa, la sua trasformazione in Parco nazionale.

L’Aquila, 24/11/2016. A fronte dell’attuale situazione di crisi, malfunzionamento e malcontento generalizzato, il futuro del Parco Regionale Sirente Velino potrebbe ormai essere segnato per sempre. Nella seduta di oggi della 2a Commissione (Ambiente e Territorio) del Consiglio Regionale Abruzzese, infatti, si tenterà di nuovo di celebrare il funerale del Parco, sugellando uno sciagurato accordo tra alcuni agguerriti Sindaci (soprattutto dei paesi della Valle Subequana) e alcuni ambientalisti della zona, ed il tutto con la benedizione del noto “ambientalista” Presidente della Commissione Pierpaolo Pietrucci. In cosa consisterebbe l’accordo faticosamente raggiunto? Ma è alquanto ovvio, nella riperimetrazione dei confini del Parco nella Valle Subequana, senza alcuna base scientifica e per puri motivi localistici, con una perdita secca di quasi tutto il versante sinistro orografico della Valle dell’Aterno e di una superficie di circa 5-10.000 ettari, pari al 10-20% dell’intera superficie protetta, in zone caratterizzate da habitat e specie prioritarie a livello europeo, destinate secondo il (mai approvato) Piano del Parco a divenire zone “B” di Riserva Generale.

Si punta insomma ad avviare lo smantellamento del Parco, senza pensare che la Legge regionale prevede che l’adozione formale del Piano del Parco sarebbe già dovuta avvenire da oltre vent’anni, secondo le procedure previste dalle tre precedenti leggi, mai attuate, che ne prevedevano l’entrata in vigore entro 6 mesi (nel 1989), entro 18 mesi (nel 2000) ed entro 18 mesi (nel 2011), nonché la possibilità di esercitare i poteri sostitutivi da parte della Giunta Regionale.

Le Associazioni ecologiste Appennino Ecosistema, WWF Abruzzo Montano, LIPU Abruzzo, ALTURA Abruzzo e Salviamo l’Orso affermano che, a fronte della ormai conclamata mancanza di volontà di Sindaci e Regione di approvare finalmente il Piano del Parco, rendendolo realmente operativo e rilanciandone così le attività, l’unica soluzione per assicurare un’efficace protezione agli ecosistemi del massiccio del Velino Sirente è rinunciare alla tutela regionale e passare decisamente all’istituzione del progettato Parco Nazionale. Infatti, la mancata gestione del Parco Regionale da parte della Regione in questi 28 anni lo ha reso di fatto un vero e proprio ectoplasma, impedendone il funzionamento e qualsiasi ricaduta positiva sul territorio: non resta quindi che concludere una volta per tutte questa storia di croniche inadempienze, affrancando il Sirente Velino dalla tutela regionale.

La proposta di istituzione del Parco Nazionale del Velino Sirente, lanciata all’inizio di quest’anno da Appennino Ecosistema, comprende infatti l’approvazione della zonazione del territorio (secondo la bozza già elaborata dagli esperti di Appennino Ecosistema) fin dal momento dell’istituzione del nuovo Parco Nazionale. La zonazione prevista dal Piano del Parco Regionale avrebbe potuto lanciare una gestione del territorio scientificamente fondata ed adeguata da un lato alle sue qualità ecologiche e dall’altro alle attività umane con queste compatibili. Senza il Piano del Parco, permangono invece in vigore in modo “provvisorio”(da ormai quasi trent’anni!) assurdi ed immotivati divieti di assoluta inalterabilità dei luoghi, su tutto il territorio del Parco, persino nei centri abitati e nelle zone agricole, che fanno degli abitanti di tutti i Comuni compresi nel Parco veri e propri ostaggi della mancata applicazione della legge e dell’assoluta discrezionalità dell’Ente Parco per le autorizzazioni relative a qualsiasi intervento sul territorio.

La proposta di istituzione del Parco Nazionale aveva trovato il sostegno aperto delle Amministrazioni Comunali di Ocre, San Demetrio ne’ Vestini e Magliano de’ Marsi, il sostegno condizionato di quelle di Lucoli e L’Aquila e l’interesse a vagliare la proposta di molti altri Sindaci, nonché del Presidente della Commissione Territorio e Ambiente della Regione, che sembra ora aver invece imboccato un’altra strada.

logos


Aree protette abruzzesi ancor più tutelate a livello europeo

Ophrys bertolonii

Le aree protette abruzzesi saranno ancor più tutelate a livello europeo

La Regione ha accolto la maggior parte delle proposte delle Associazioni ecologiste in merito alle “Misure di conservazione per la tutela della Rete Natura 2000 dell’Abruzzo”

L’Aquila, 22/11/2016. “Le aree protette a livello europeo devono ricevere dalla Regione forme di tutela certe e scientificamente fondate”. Questa, in estrema sintesi, la posizione delle Associazioni ecologiste Appennino Ecosistema, LIPU Abruzzo, Salviamo l’Orso e WWF Abruzzo Montano, che un mese fa inviarono all’Ufficio Parchi e aree protette della Regione Abruzzo dettagliate osservazioni alle “Misure di conservazione per la tutela della Rete Natura 2000 dell’Abruzzo”, che saranno presto all’esame della Giunta e poi del Consiglio Regionale. La Regione Abruzzo ha ora comunicato di aver accolto quasi tutte le proposte delle Associazioni: in tal modo, la tutela di queste preziose aree sarà fortemente rafforzata.
La Rete Natura 2000, che comprende tutti i SIC (Siti di Interesse Comunitario) e le ZPS (Zone di Protezione Speciale), protegge in Abruzzo il 40% del territorio, con centinaia di habitat e di specie vegetali ed animali rigorosamente tutelate in forza della Direttiva Habitat dell’Unione Europea, che ha impresso una decisa svolta in chiave ecologica alle politiche di protezione della natura di tutta l’Europa.
Per un’efficace tutela e gestione di questo imponente patrimonio di biodiversità, capace di renderci incommensurabili servizi ecosistemici (acqua e aria pulite, mantenimento degli equilibri idrogeologici e climatici, efficienza di tutti i cicli ecologici, etc.), è obbligatorio ed urgente approvare i Piani di gestione e le Misure di conservazione, che secondo la Direttiva Habitat avrebbero dovuto essere operativi già da dieci anni. La Giunta regionale si appresta quindi ora, finalmente, ad approvare le “Misure generali di conservazione” della Rete Natura 2000, in attesa del varo dei Piani di gestione, che attendono purtroppo nei cassetti già da alcuni anni.
Le Associazioni hanno proposto di migliorare in più punti le Misure di conservazione proposte, tenendo conto: (1) della opportunità  di tutelare adeguatamente habitat e specie di interesse comunitario offerta dagli artt. 727-bis e 733-bis del codice penale, (2) della necessità di integrare SIC e ZPS in un’unica Rete (denominata Natura 2000) con lo stesso livello di tutela, (3) dei danni connessi ad eventuali ampliamenti delle aree destinate agli sport invernali basati su impianti di qualsiasi tipo, (4) della necessità di vietare il forte disturbo connesso al sorvolo di velivoli compreso i droni ed all’uso dei fuochi d’artificio in tutto il territorio protetto della Rete, (5) della necessità di vietare l’uso delle munizioni di piombo in tutto il territorio protetto e (6) della necessità di vietare in modo assoluto le dannosissime attività di pascolo vagante non vigilato, a favore di un pascolo turnato, guidato e razionato.

Appennino Ecosistema

LIPU Abruzzo

Salviamo l’Orso

WWF Abruzzo Montano

logo


Anche la Regione cerca di imbrigliare le aree protette a livello regionale

Neotinea-tridentata

La Regione segue il Senato e cerca di imbrigliare anche le aree protette a livello regionale

La Giunta regionale si appresta ad approvare importanti modifiche alla Legge regionale quadro sulle aree protette. Gli ecologisti si oppongono anche in Abruzzo, come già stanno facendo a livello nazionale, e chiedono l’applicazione delle normative esistenti, in nome della tutela di specie ed ecosistemi.

L’Aquila, 28/10/2016. Mentre nell’aula del Senato si apre l’esame della riforma della Legge quadro sulle aree protette (L. n. 394/1991), approvata pochi giorni fa dalla Commissione Ambiente nonostante le proteste e le proposte alternative di venti Associazioni ecologiste ed ambientaliste e di centinaia di personalità del mondo della scienza e della cultura, la Giunta Regionale abruzzese di appresta ad approvare un progetto di legge che modifica in modo sostanziale la Legge regionale quadro sulle aree protette (L.R. n. 38/1996), che dopo vent’anni dalla sua entrata in vigore ancora non è stata compiutamente applicata. Esattamente come a livello nazionale, il pretesto per motivarne la riforma è proprio quello del fallimento nell’applicazione delle norme, che è invece una precisa e pesante responsabilità politica ed amministrativa in capo a tutti i governi regionali che si sono succeduti negli ultimi due decenni. E con tale pretesto si cerca di stravolgere la struttura fondamentale di gestione dei Parchi naturali, il Consiglio Direttivo, per darlo in mano alle comunità locali (Legge nazionale) o escludendo dai suoi membri i rappresentanti degli Enti di ricerca scientifica e delle stesse Associazioni ecologiste (Legge regionale), cioè proprio quei soggetti che, storicamente, ne hanno promosso l’istituzione.
Le Associazioni ecologiste Appennino Ecosistema, WWF Abruzzo Montano, LIPU Abruzzo e Salviamo l’Orso hanno appena inviato alla Giunta Regionale abruzzese puntuali osservazioni, chiedendo di modificare il progetto di legge almeno in altri due punti.
Mentre in base alla legge vigente il Direttore del Parco risponde dei propri atti agli Organi amministrativi dell’Ente, secondo la proposta della Giunta questi ne risponderebbe direttamente al Presidente dell’Ente, che stipulerebbe con lui un contratto di diritto privato di cinque anni. Si tratta di una norma irragionevole, poiché in tal modo la responsabilità tecnica non sarebbe più autonoma da quella politica, come si conviene a tutte le Amministrazioni Pubbliche, nelle quali il potere politico deve essere sempre distinto da quello amministrativo.
L’ultima questione che si chiede di risolvere apportando significative modifiche al progetto di legge riguarda l’adempimento degli obblighi previsti dalle Direttive Habitat e Uccelli dell’Unione Europea, al quale deve provvedere l’Osservatorio regionale per la biodiversità (istituito nel 2014 e mai realmente entrato in attività), che dovrebbe invece essere investito dell’importante responsabilità di elaborare le Misure di conservazione dei siti della Rete Natura 2000 e di organizzare e coordinare le attività di monitoraggio dello stato di conservazione dei habitat e delle specie dei quali agli Allegati alle Direttive.

logo


Caccia: salvate le aree protette, ora tocca al resto del territorio?

cinghiale

Caccia: salvate le aree protette, ora tocca al resto del territorio?

Dopo aver vinto la battaglia sulle aree protette, Appennino Ecosistema diffida la Regione Abruzzo ad attenersi alle decisioni del TAR sulla caccia

L’Aquila, 29/09/2016. Dopo la diffida inviata nei giorni scorsi dall’Associazione ecologista Appennino Ecosistema a 43 Sindaci della Valle del Sangro-Aventino e per conoscenza al Prefetto di Chieti ed al Corpo Forestale dello Stato, il Prefetto ha comunicato ieri di ritenere  illegittime le ordinanze proposte dai Sindaci che, per arginare il fenomeno della sovrappopolazione di cinghiali nella zona del versante orientale della Majella, avrebbero consentito l’uccisione dei cinghiali anche nelle aree protette, devastandone i preziosi e delicati ecosistemi.
E’ stata così riconosciuta la validità della tesi dell’Associazione, che aveva avvertito che ogni attività di disturbo della fauna selvatica e degli habitat naturali è assolutamente vietata in queste aree dalla Direttiva habitat dell’Unione Europea (e relative normative nazionali di recepimento ed applicazione), dalla Legge quadro sulle aree protette n. 394/1991 e dall’art. 733-bis del codice penale. L’emanazione delle ordinanze avrebbe esposto i Sindaci a sicuri procedimenti penali per i reati di cui agli artt. 323 e 414 del codice penale.

Dopo la relativa decisione del TAR Abruzzo, assunta ieri ed appena comunicata, Appennino Ecosistema ha inviato oggi un’altra diffida, questa volta all’Assessore all’Agricoltura Dino Pepe, ad attenersi alla decisione del TAR di confermare la sospensione del calendario venatorio regionale, seppur limitatamente ad alcune specie, in quanto in contrasto con le relative normative europee e nazionali. Se, come annunciato dall’Assessore, la Giunta Regionale dovesse approvare domani lo stesso calendario venatorio con una nuova Deliberazione si esporrebbe di certo ad un procedimento penale per gli stessi reati nei quali sarebbero incorsi i Sindaci, cioè quelli previsti dagli artt. 323 (abuso d’ufficio) e 414 (istigazione a delinquere) del codice penale. L’unica via d’uscita giuridicamente legittima da questo impasse istituzionale sulla caccia, provocato dalla mancanza di attenzione della Giunta Regionale per l’integrità di ecosistemi e specie che ci invidia tutto il Mondo, sarebbe – secondo Appennino Ecosistema – quella di rivedere completamente il calendario venatorio regionale, ottenendo di nuovo il parere obbligatorio dell’ISPRA e, se si intendesse consentire la caccia anche nei SIC e nelle ZPS, di quello del Comitato Regionale VIA in merito alla sua incidenza ambientale.


No agli abbattimenti dei cinghiali nelle aree protette

cinghiali

No agli abbattimenti dei cinghiali nelle aree protette: sarebbero illegittimi e devastanti per gli ecosistemi

Appennino Ecosistema diffida i 43 Sindaci della Valle del Sangro-Aventino a non emettere ordinanze che consentano di sparare ai cinghiali anche nelle aree protette.

L’Aquila, 21/09/2016.  Una formale diffida è stata inviata oggi dall’Associazione ecologista Appennino Ecosistema a 43 Sindaci della Valle del Sangro-Aventino e per conoscenza al Prefetto di Chieti ed al Corpo Forestale dello Stato. L’associazione contesta la ragionevolezza e la legittimità della ventilata ordinanza proposta ieri dai 43 Sindaci che, per arginare il fenomeno della sovrappopolazione di cinghiali nella zona del versante orientale della Majella, consentirebbe l’uccisione dei cinghiali anche nelle aree protette.
Si tratterebbe infatti di consentire vere e proprie attività venatorie, seppur limitate ad una sola specie, anche nel territorio del Parco Nazionale della Majella, del Sito di Interesse Comunitario IT7140203 (Maiella) e della Zona di Protezione Speciale IT7140129 (Parco Nazionale della Maiella).
Ogni attività di disturbo (o addirittura uccisione) della fauna selvatica e degli habitat naturali è infatti assolutamente vietata in queste aree dalla Direttiva habitat dell’Unione Europea (e relative normative nazionali di recepimento ed applicazione), dalla Legge quadro sulle aree protette n. 394/1991 e dall’art. 733-bis del codice penale. Qualsiasi deroga può essere ottenuta solo dopo la realizzazione di un apposito Studio di incidenza ambientale, una specifica autorizzazione del Ministero dell’Ambiente ed il controllo completo delle operazioni da parte dell’Ente Parco.
Il ventilato provvedimento sindacale sarebbe quindi assolutamente illegittimo e passibile di denuncia o ricorso amministrativo. Ma lo stesso sarebbe anche palesemente irragionevole ed inefficace, in quanto è dimostrato che la fertilità dei cinghiali è notevolmente più alta quando sono sottoposti a pressione venatoria elevata. Quando la caccia è intensa, infatti, la maturità sessuale viene raggiunta prima, mentre nei territori in cui sono presenti pochi cacciatori la fecondità è minore e la maturità sessuale viene raggiunta più tardi. La caccia e gli abbattimenti selettivi aumentano la dimensione di popolazione dei cinghiali anche in modo indiretto: infatti, questi animali hanno una struttura sociale molto sensibile. Una cinghialessa dominante va in estro solo una volta all’anno e guida il gruppo, così come le altre femmine del gruppo che ne sono influenzate. Se la femmina dominante viene uccisa, il gruppo si disperde, gli animali senza guida irrompono nei campi, tutte le femminine diventano feconde più volte nell’anno e si riproducono in modo incontrollato.
Nelle aree protette, poi, la caccia e gli abbattimenti selettivi produrrebbero un forte disturbo anche nei confronti dei predatori naturali dei cinghiali (come i lupi), con il risultato di ostacolare le naturali dinamiche predatori-prede, in grado di ottenere il contenimento delle popolazioni di cinghiali senza alcuno sforzo. L’eventuale uso di cani da caccia, inoltre, produrrebbe un disturbo ancora maggiore ed aumenterebbe i rischi legati al randagismo canino. Questo non sarebbe certo un intervento isolato, infatti per mantenere dimensioni “accettabili” delle popolazioni di cinghiali sarebbe necessario ripetere gli interventi continuamente, anche ad intervalli ravvicinati, con relativo ed inevitabile effetto moltiplicatore sul disturbo. Sarebbe come, in pratica, legalizzare la caccia anche nelle aree protette.
Occorre invece promuovere azioni per migliorare lo stato dei nostri ecosistemi: dove questi sono ben funzionanti, infatti, gli equilibri naturali si auto-mantengono in uno stato stazionario a tempo indefinito, se non perturbati dall’uomo. In queste aree, le popolazioni di animali selvatici possono subire fluttuazioni quantitative nel tempo, ma alla fine si equilibrano spontaneamente per l’effetto di dinamiche interne ed esterne (esaurimento delle risorse alimentari, azione di organismi patogeni, etc.). Ed occorre sviluppare politiche scientificamente basate: nella nostra Regione, invece, non sono mai state concretamente attuate le “Linee guida per la gestione del cinghiale nelle aree protette” redatte dall’ISPRA e non sono mai state istituite le aree contigue ai Parchi, previste dalla Legge quadro sulle aree protette n. 394/1991, ove sarebbe invece possibile gestire la caccia in modo razionale, creando delle zone-cuscinetto tra i Parchi e il resto del territorio.

Immagine da internet. Se sei l’autore di questa foto, contattaci e saremo felice di aggiungere l’attribuzione.